ESSERE UN PO’ GIAPPONESI


 

Un invito filosofico alla contaminazione delle idee

C’è un atteggiamento della filosofia giapponese che, forse più di ogni altra cosa, meriterebbe di essere esportato nel mondo: la capacità di accogliere idee nuove senza viverle come una minaccia. Essere “un po’ giapponesi”, da questo punto di vista, significa sviluppare una mentalità capace di integrare ciò che appare diverso, persino opposto, e trasformarlo in qualcosa di nuovo.

La filosofia giapponese non è mai stata un sistema chiuso. Al contrario, è nata e cresciuta come una grande sintesi dinamica. Nel corso dei secoli ha assimilato influenze provenienti dallo shintoismo, dal confucianesimo, dal buddhismo, dal codice etico del bushidō, e più tardi anche dalla filosofia occidentale. Ma ciò che la rende interessante non è soltanto la varietà delle sue fonti. È il modo in cui queste fonti sono state trattate.

In molte tradizioni filosofiche l’arrivo di una nuova idea genera una reazione difensiva. Si cerca di dimostrare che essa è falsa, inferiore, incompatibile con ciò che già esiste. Nella storia intellettuale giapponese, invece, è spesso accaduto qualcosa di diverso: le nuove idee venivano studiate, assorbite e trasformate. Non si trattava di scegliere tra una visione e l’altra, ma di farle convivere.

Il risultato è una filosofia profondamente ibrida.

Lo shintoismo, con la sua sensibilità per la natura e per il sacro diffuso nelle cose, non è stato cancellato dall’arrivo del buddhismo. Il buddhismo non ha eliminato il confucianesimo, con la sua attenzione all’ordine sociale e alla responsabilità morale. Il bushidō ha intrecciato valori spirituali e disciplina guerriera. E quando la modernità ha portato in Giappone Kant, Hegel o Nietzsche, questi non sono stati semplicemente imitati: sono stati reinterpretati.

La filosofia giapponese, in questo senso, è meno una fortezza e più un ecosistema. Un luogo dove idee diverse entrano in relazione, si modificano, si contaminano. Non è un sistema definitivo, ma un processo in continua evoluzione.

Questo atteggiamento contiene una lezione preziosa anche per la nostra vita quotidiana.

Molte delle tensioni che viviamo nascono dall’idea che una discussione debba necessariamente avere un vincitore e un perdente. Nelle conversazioni familiari, nelle amicizie, nel lavoro o nel dibattito pubblico, spesso trattiamo le opinioni come eserciti in guerra. Se l’altro ha ragione, allora io devo avere torto.

La mentalità “un po’ giapponese” propone invece un’altra possibilità: considerare le idee opposte come occasioni di arricchimento.

Quando qualcuno esprime una visione diversa dalla nostra, potremmo chiederci non solo se sia giusta o sbagliata, ma in che modo possa ampliare la nostra prospettiva. Forse contiene un frammento di verità che non avevamo considerato. Forse ci costringe a rivedere i nostri presupposti. Forse, mettendo insieme due posizioni apparentemente incompatibili, può nascere una terza idea più ricca.

Non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa trattarle come materia viva, capace di trasformarsi.

In fondo, la storia della filosofia giapponese ci mostra che l’identità non si perde quando accoglie influenze esterne. Al contrario, può diventare più complessa e più forte. Un’identità rigida rischia di rompersi; un’identità capace di ibridarsi può evolversi.

Essere un po’ giapponesi, allora, non vuol dire imitare un’altra cultura. Vuol dire coltivare una disposizione mentale: quella di vedere nelle differenze non soltanto conflitto, ma possibilità.

Forse se imparassimo a fare questo, anche nelle piccole discussioni di ogni giorno, le nostre relazioni diventerebbero meno tese e più creative. Le divergenze non sarebbero più muri, ma ponti.

E la filosofia, invece di restare un discorso astratto, tornerebbe a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un esercizio di trasformazione interiore.

Gian-Carlo Evangelisti 

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