IL PIACERE, UNICO SCOPO DELLA VITA

 


Da quando l’essere umano ha iniziato a pensare, ha iniziato anche a chiedersi: qual è il senso della vita?

La storia della filosofia è, in larga parte, il tentativo di rispondere a questa domanda.

Aristotele parlava di eudaimonia, una fioritura dell’essere che si realizza attraverso la virtù.

Immanuel Kant sosteneva che il fondamento della vita morale fosse il dovere, non il piacere.

Friedrich Nietzsche cercava un senso nella volontà di potenza e nell’autoaffermazione creatrice.

Jean-Paul Sartre dichiarava che l’esistenza precede l’essenza, lasciando all’individuo il compito di inventare il proprio significato.

Eppure, nonostante secoli di riflessioni, sistemi, teorie, dispute, nessuno ha mai fornito una risposta definitiva, universalmente valida, inconfutabile. Ogni proposta è rimasta proposta. Ogni “senso” è rimasto interpretazione.

Il fatto è semplice e radicale: non sappiamo quale sia il senso della vita. E probabilmente non lo sapremo mai.

Di fronte a questa incertezza, abbiamo due possibilità:

Continuare a cercare un significato ultimo, assoluto, oggettivo.

Accettare l’assenza di una risposta certa e formulare una conclusione funzionale.

Io scelgo la seconda via.

Se il senso della vita fosse unico e universale, dovrebbe essere evidente, o almeno dimostrabile. Ma non lo è. Le religioni offrono visioni differenti; le filosofie si contraddicono; le scienze descrivono il come, non il perché.

Siamo gettati in un’esistenza senza istruzioni. Non esiste un manuale cosmico. Non c’è un cartello che indichi la direzione.

Ogni essere umano sperimenta desideri, paure, ambizioni, sofferenze. Ma nessuno possiede una prova definitiva del significato ultimo dell’esistenza.

Se dunque il senso non è conoscibile, dobbiamo smettere di cercarlo?

No. Dobbiamo riformularlo.

Se non esiste un senso oggettivo dimostrabile, allora il senso diventa una scelta. Non una verità rivelata, ma una decisione pragmatica.

E quale scelta è la più coerente con la nostra natura?

Osserviamo un fatto elementare: ogni essere umano, in modo spontaneo, cerca il piacere ed evita il dolore. Non è un’ideologia, è una struttura biologica. Il neonato cerca il calore e il nutrimento; l’adulto cerca esperienze che lo gratifichino.

Anche quando parliamo di dovere, sacrificio, disciplina, lo facciamo perché crediamo che producano, nel lungo periodo, una forma di piacere più profonda: soddisfazione, orgoglio, pace interiore.

Perfino l’etica trova qui il suo fondamento pratico. Il piacere non è solo sensoriale; è anche intellettuale, emotivo, relazionale.

Ecco allora la conclusione:

Il piacere è l’unico scopo della vita.

Fine a se stesso.

Dire che il senso della vita è provare più piacere possibile non significa promuovere l’irresponsabilità o l’egoismo cieco.

Esistono piaceri che, nel breve termine, appagano ma nel lungo termine distruggono: dipendenze, eccessi, violenze, sopraffazioni. Questi piaceri si trasformano in dolori — per noi e per gli altri.

Un piacere che genera dolore maggiore non è, razionalmente, un buon piacere. È un errore di calcolo.

Se lo scopo è il piacere fine a se stesso, allora la saggezza consiste nel distinguere tra:

Piaceri che aumentano il benessere complessivo.

Piaceri che si ritorcono contro di noi.

Il piacere autentico è quello che non si autodistrugge. È quello che può essere sostenuto nel tempo.

Senza secondi obiettivi.

Molti sostengono che il piacere non possa essere lo scopo ultimo, perché sarebbe “troppo poco”. Ma poco rispetto a cosa?

Se non esiste un senso superiore dimostrabile, allora ogni altro obiettivo — gloria, virtù, successo, salvezza — è comunque subordinato a uno stato interno desiderabile.

Perché vogliamo la virtù? Perché ci fa sentire in armonia.

Perché vogliamo il successo? Perché ci dà soddisfazione.

Perché desideriamo l’amore? Perché ci dà gioia.

Riducendo ogni fine alla sua radice esperienziale, troviamo sempre la stessa sostanza: una forma di piacere.

Allora tanto vale dichiararlo apertamente, senza ipocrisie metafisiche:

Il senso della vita è provare più piacere possibile. Fine a se stesso. Senza secondi obiettivi.

Non per servire un dio.

Non per obbedire a un dovere astratto.

Non per realizzare un destino cosmico.

Ma semplicemente perché il piacere è ciò che rende l’esperienza della vita desiderabile.

Conclusione

Non sappiamo perché esistiamo. Non sappiamo se esista un disegno superiore. Non sappiamo se l’universo abbia uno scopo.

Sappiamo però che siamo capaci di provare piacere e dolore.

Se il senso ultimo è inaccessibile, scegliamo un senso funzionale.

Se la verità assoluta è irraggiungibile, scegliamo una verità praticabile.

Alla domanda: “Qual è il senso della vita?”

L’unica risposta onesta, coerente e operativa è:

PROVARE PIÙ PIACERE POSSIBILE.

FINE A SE STESSO.


Gian-Carlo Evangelisti 

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